domenica 22 dicembre 2024

Armando Sarno, insegnamento e impegno sociale come umanesimo cristiano, di Carlo Sarno



Armando Sarno (1913-1970), insegnamento e impegno sociale come umanesimo cristiano

di Carlo Sarno



Vista panoramica di Castel San Giorgio (SA)



INTRODUZIONE

Il professor Armando Sarno (1913-1970) è stato un'eminente figura intellettuale, culturale e politica di Castel San Giorgio, ricordato per il suo profondo impegno nell'educazione, nello sviluppo sociale e nella valorizzazione della storia locale.

Profilo Biografico
Armando Sarno è nato a Castel San Giorgio nel 1913 nella frazione Campomanfoli, figlio di Carmine Sarno e Assunta Lombardi, fratello di: Carolina, Nicola, Anna, Francesco, Giuseppina, Sabatina, Antonio.
Arte e Cultura: laureato alla Accademia di Belle Arti di Napoli, ha partecipato negli anni '30 al Neo-futurismo e nel dopoguerra ha abbracciato le tematiche del Neorealismo e i suoi risvolti sociali, divulgando negli anni '50 la poetica del cinema neorealista.
Educatore e Umanista: Dedicò la sua vita all'insegnamento, lasciando un'impronta significativa nella formazione di diverse generazioni di giovani del territorio di Castel San Giorgio e dell'agro nocerino-sarnese.
Impegno Civile: Oltre all'attività didattica, Armando Sarno è ricordato per aver incarnato i valori di un intellettuale organico alla propria terra, contribuendo a mantenere viva l'identità storica e civile della comunità locale. Ha partecipato nella amministrazione comunale negli anni '50-'60 con esemplare impegno sociale e politico per la difesa dei diritti delle classi più povere e dei servizi sociali per tutti.



LA FORMAZIONE ARTISTICA

La formazione artistica del professor Armando Sarno presso l'Accademia di Belle Arti di Napoli rappresenta l'humus culturale in cui si è sviluppata la sua sensibilità estetica e il suo impegno intellettuale.

L'Accademia di Napoli e il Neofuturismo degli anni '30
Negli anni '30, l'Accademia napoletana era un centro di fermento dove le istanze del Secondo Futurismo (o Neofuturismo) trovavano terreno fertile. In quel periodo, il movimento futurista si era evoluto verso l'Aeropittura e una ricerca plastica e coloristica più strutturata.
Contesto Artistico: Partecipare al neofuturismo in quegli anni significava aderire a una visione dinamica della realtà, applicando i principi di velocità e simultaneità non solo alla pittura, ma anche al design e all'architettura.
Stile e Temi: Gli artisti di questa corrente a Napoli cercavano di coniugare la modernità industriale con la luce e i colori del paesaggio mediterraneo. Per Sarno, questa esperienza fu fondamentale per sviluppare quella capacità di "vedere" il territorio di Castel San Giorgio non come un luogo statico, ma come una realtà in divenire.

Dal Futurismo all'Umanesimo
Sebbene la sua carriera si sia poi focalizzata sull'insegnamento e sull'impegno civile, la matrice futurista è rimasta visibile nella sua metodologia:
Dinamismo Intellettuale: L'approccio energico e propositivo che dimostrò come amministratore può essere letto come una traduzione politica della "volontà d'azione" futurista.
Sintesi Estetica: La sua produzione artistica e i suoi discorsi sulla scuola mantengono spesso quella pulizia formale e quella forza comunicativa tipica delle avanguardie, depurata però dalle provocazioni e orientata verso un profondo umanesimo.

La sua figura è dunque quella di un intellettuale poliedrico che ha saputo trasferire l'audacia dell'avanguardia artistica napoletana nella concretezza della ricostruzione sociale e culturale del proprio paese.



IL NEOREALISMO E L'UMANESIMO CRISTIANO

La relazione tra Armando Sarno, il Neorealismo, l'Umanesimo cristiano e l'Insegnamento costituisce un quadrilatero intellettuale che definisce la sua identità di "maestro del popolo" nel secondo dopoguerra.
Ecco come questi elementi si intrecciano:

1. Dal Neofuturismo al Neorealismo: L'Etica della Realtà
Se negli anni '30 Sarno aveva abbracciato il dinamismo neofuturista, il dopoguerra lo spinse verso una sensibilità neorealista.
La Realtà come Impegno: Come i registi e gli scrittori del tempo (Rossellini, De Sica), Sarno sentì il bisogno di "calarsi nel reale". Per lui, il Neorealismo non era solo uno stile, ma l'urgenza di raccontare la povertà, le speranze e la dignità della gente semplice di Castel San Giorgio. Negli anni '50 divenne divulgatore dei films del cinema neorealista.
Sguardo Artistico e Sociale: La sua formazione all'Accademia gli permise di osservare le sofferenze del dopoguerra con occhio critico, trasformando la "cronaca" del territorio in "poetica" del quotidiano.

2. L'Umanesimo Cristiano come Filtro Morale
L'Umanesimo cristiano fu il collante che impedì al suo neorealismo di diventare crudo materialismo:
La Speranza oltre il Dolore: Mentre il neorealismo descriveva le macerie, l'umanesimo cristiano di Sarno cercava la Redenzione. Vedeva in ogni contadino o studente delle frazioni un'anima da elevare, dando un senso spirituale alla ricostruzione materiale del paese.
Carità Intellettuale: L'impegno politico e l'insegnamento diventano "opere di misericordia". La politica non è potere, ma servizio (carità) verso l'uomo creato a immagine di Dio.

3. L'Insegnamento come Sintesi Operativa
L'aula scolastica fu il luogo dove questa complessa architettura ideale diventava pratica:
Pedagogia Neorealista: Insegnare significava partire dalla realtà vissuta dagli alunni (spesso figli di una terra difficile) per portarli verso l'astrazione del pensiero. Non usava libri distanti dalla vita, ma partiva dal "vero".
Il Maestro come Guida Umanista: Sarno applicava la maieutica: il docente è colui che, neorealisticamente, accetta lo stato di povertà culturale di partenza ma, umanisticamente, scommette sulla capacità di riscatto spirituale e civile di ogni ragazzo.

Sintesi della Relazione
In sintesi, per Armando Sarno:
Il Neorealismo forniva lo scenario (la realtà del dopoguerra);
L'Umanesimo cristiano forniva lo scopo (la dignità dell'uomo);
L'Insegnamento era lo strumento (il ponte tra realtà e spirito).

Questa visione lo portò a battersi per le scuole a Lanzara: un atto neorealista (risposta a un bisogno concreto) motivato da una profonda fede nell'uomo (umanesimo). In tal modo la "realtà cruda" del dopoguerra viene trasfigurata in un progetto di elevazione morale.



DAL DINAMISMO ESTETICO ALLA "POETICA DEL VERO"

Da testi autografi, dalle testimonianze di familiari e dai frammenti critici emergono riflessioni emblematiche di questo passaggio:

1. Dal dinamismo estetico alla "Poetica del Vero"
Nelle sue riflessioni, Sarno descrive il passaggio dal futurismo giovanile a una forma di neorealismo interiore.
La riflessione: "L'arte non è più velocità che stordisce, ma sosta che comprende".
Il significato: Sarno applica lo sguardo neorealista alla sua terra, non più per esaltarne la "macchina", ma per osservare il "volto" dei contadini e degli operai di Castel San Giorgio. La sua scrittura si fa asciutta e documentaria, ma carica di partecipazione emotiva.

2. Il "Pane della Cultura" (Umanesimo Cristiano)
In alcuni scritti pedagogici e discorsi celebrativi, Sarno affronta il tema della fame post-bellica mettendola in relazione con la fame di sapere:
La riflessione: "Non di solo pane vive l'alunno, ma di ogni parola di verità che il maestro sa spezzare con lui".
Il significato: Qui l'umanesimo cristiano trasforma il dato neorealista (la miseria materiale) in un'occasione di carità intellettuale. L'insegnamento diventa l'atto di "spezzare il pane" della conoscenza per nutrire lo spirito dei più poveri.

3. La "Geografia dello Spirito" e il Territorio
Negli scritti dedicati alle bellezze locali, Sarno riflette sul legame tra ambiente e moralità:
La riflessione: "Ogni pietra di queste corti (di Castel San Giorgio) è un grido di dignità che aspetta di essere ascoltato dalla scuola".
Il significato: Sarno vede nel territorio una "lezione a cielo aperto". Il suo neorealismo lo porta a descrivere i luoghi fisici con precisione, mentre il suo umanesimo gli suggerisce che quei luoghi sono contenitori di valori cristiani e civili da trasmettere alle nuove generazioni.

4. L'Insegnamento come "Resistenza Culturale"
In riflessioni legate alla sua attività di educatore scolastico, emerge l'idea della scuola come presidio contro il degrado:
La riflessione: "Il banco di scuola è l'ultima trincea contro l'indifferenza".
Il significato: È la sintesi suprema. Il neorealismo gli mostra il pericolo del degrado sociale; l'umanesimo cristiano gli dà la forza della speranza; l'insegnamento diventa l'azione politica concreta per "resistere" e ricostruire.
La sua figura si presenta non come un teorico astratto, ma come un "maestro d'azione" che ha saputo leggere la realtà del suo tempo con gli occhi della fede e della bellezza.



IL PROFESSORE ARMANDO SARNO, L'INSEGNAMENTO E L'UMANESIMO CRISTIANO

L'umanesimo cristiano di Armando Sarno rappresenta la chiave di volta per comprendere il suo magistero: per lui, l'insegnamento non era solo trasmissione di nozioni, ma un atto di carità intellettuale volto alla promozione della dignità umana.

La Visione Pedagogica
Il suo approccio all'insegnamento si fondava su tre pilastri cardine:
La Centralità della Persona: Ispirato dal personalismo cristiano, Sarno vedeva in ogni studente un valore assoluto e irripetibile. Il suo obiettivo era formare non solo "scolari", ma uomini liberi, capaci di discernimento morale.
La Cultura come Riscatto: In un contesto territoriale ancora segnato da povertà e analfabetismo, Sarno interpretava l'istruzione come un dovere cristiano di giustizia sociale. Insegnare significava fornire gli strumenti per uscire dalla marginalità.
L'Esempio Magistrale: Credeva che l'educatore dovesse testimoniare i valori evangelici attraverso la coerenza del proprio operato quotidiano, unendo rigore intellettuale e profonda empatia umana.

L'Umanesimo Cristiano nell'Azione Civile
Questo orientamento spirituale si traduceva in impegni concreti per la comunità di Castel San Giorgio:
Sostegno ai Più Deboli: La sua attività amministrativa era orientata a proteggere le fasce sociali più fragili, vedendo nella politica una forma alta di carità ("carità politica").
Armonia tra Fede e Ragione: Nei suoi scritti e discorsi pubblici, Sarno cercava sempre un punto d'incontro tra le radici cristiane della civiltà contadina e la necessità di progresso scientifico e civile, evitando chiusure dogmatiche.

La visione di Armando Sarno costituiva un punto di riferimento per chi vedeva nella scuola un laboratorio di democrazia e fratellanza sociale.



RIFLESSIONI AUTOGRAFE E DISCORSI DI ARMANDO SARNO

L'eredità pedagogica di Armando Sarno si riflette in una serie di concetti chiave che emergono dai suoi discorsi e dalle testimonianze sulla sua attività, dove la scuola non è vista come un "servizio", ma come una missione spirituale e civile.
Sebbene molti testi autografi siano custoditi in archivi locali e non integralmente digitalizzati, i temi ricorrenti nelle sue riflessioni sulla scuola includono:

1. La Scuola come "Comunità di Destino"
Nei suoi discorsi inaugurali e nelle relazioni amministrative, Sarno descriveva la scuola non come un edificio, ma come una "comunità educante".
Oltre l'istruzione: Per Sarno, il compito del docente era affiancare i giovani nella scoperta della propria identità.
Inclusione sociale: Credeva fermamente che la scuola dovesse essere il luogo dell'incontro e dell'inclusione, superando le barriere di censo che ancora affliggevano l'agro sarnese-nocerino nel dopoguerra.

2. Il "Seme" dell'Umanesimo Cristiano
Le sue riflessioni autografe sono intrise di un profondo senso religioso applicato alla pedagogia:
La Sacralità dell'Apprendimento: Insegnare era per lui un modo per onorare la "scintilla divina" in ogni studente. Non si trattava di "riempire vasi", ma di accendere talenti.
Etica e Verità: Spesso citava la necessità di un impegno etico che partisse dalla vita e dalla società contemporanea per approdare a un realismo cristiano fatto di solidarietà e verità.

3. La Formazione del "Cittadino Consapevole"
Un tema cardine dei suoi discorsi politici sulla scuola era il legame tra istruzione e democrazia:
Cittadinanza Attiva: La scuola doveva trasmettere i valori necessari per formare buoni cittadini, capaci di inserimento sociale e di partecipazione critica alla vita pubblica.
Valorizzazione del Patrimonio: Sarno insisteva sul fatto che conoscere la propria storia locale fosse il primo passo per rispettare il bene comune e i "beni pubblici comuni".

4. Riflessioni sul Ruolo del Maestro
Nelle sue note personali, emerge la figura del maestro come guida morale:
Non un semplice trasmettitore di nozioni, ma un educatore che deve saper coniugare il sapere scientifico con lo sviluppo integrale della persona.
La sua visione anticipava l'idea che l'apprendimento non fosse una ricezione passiva, ma una costruzione attiva della conoscenza da parte dello studente.

Ancora oggi, la scuola di Castel San Giorgio mantiene viva questa impostazione, promuovendo progetti che integrano la didattica con la valorizzazione del territorio, proprio come auspicato dal professore.



LA FILOSOFIA DELL'INSEGNAMENTO DI ARMANDO SARNO

La filosofia dell'insegnamento del professor Armando Sarno può essere definita come una sintesi originale tra il dinamismo delle avanguardie e i valori dell'umanesimo cristiano. Non si trattava di una semplice trasmissione di nozioni, ma di una pedagogia della crescita integrale della persona.
I pilastri della sua visione educativa includono:

1. Il Dinamismo Intellettuale (Eredità Neofuturista)
Grazie alla sua formazione presso l'Accademia di Belle Arti di Napoli durante il neofuturismo degli anni '30, Sarno portò nella scuola un approccio vitale e anti-dogmatico:
Apertura al Nuovo: Vedeva la cultura come un'energia in movimento, rifiutando l'immobilismo classicista a favore di una didattica capace di interpretare la modernità.
Creatività come Metodo: Insegnare significava stimolare la capacità creativa dello studente, incoraggiando una rielaborazione personale e critica del sapere piuttosto che la mera memorizzazione.

2. L'Umanesimo Cristiano e la "Scuola-Comunità"
Il suo credo religioso influenzava profondamente il rapporto con gli alunni, ponendo l'accento sulla dignità del singolo:
Centralità della Persona: In linea con la pedagogia cristiana, considerava ogni studente un valore assoluto, promuovendo un itinerario educativo basato sulla conoscenza profonda e sull'amore per l'alunno.
Educazione del Cuore: Sosteneva che "educare la mente senza educare il cuore non è affatto educazione", mirando a formare persone migliori e non solo tecnici competenti.

3. La Scuola come Strumento di Riscatto Civile
Per Sarno, l'insegnamento aveva una forte valenza politica e sociale, specialmente nel contesto post-bellico di Castel San Giorgio:
Cittadinanza Attiva: La scuola era intesa come un "laboratorio di democrazia", dove formare cittadini responsabili e attivi, capaci di collaborare per il bene comune.
Giustizia Sociale: Vedeva nell'istruzione lo strumento primario per garantire l'ascesa sociale delle classi meno abbienti, combattendo l'analfabetismo come un atto di carità civile.

4. Il Legame con il Territorio
Sarno integrava lo studio delle discipline con la riscoperta delle radici locali:
Conoscenza è Identità: Insegnava ai giovani a leggere il paesaggio e la storia di Castel San Giorgio non come qualcosa di statico, ma come un patrimonio vivo da proteggere e sviluppare attraverso l'impegno civile.


Le riflessioni di Armando Sarno, spesso affidate a discorsi pubblici, note didattiche e prefazioni, rivelano un pensiero in cui l'estetica dell'artista e l'etica del cristiano si fondono.
Alcuni concetti cardine di Armando Sarno:

1. La "Lezione" come opera d'arte
Influenzato dagli anni all'Accademia, Sarno considerava l'atto di insegnare come una creazione plastica. Una sua riflessione ricorrente era che il docente è come uno scultore: non deve "aggiungere" nozioni, ma "levare" il superfluo e l'ignoranza per far emergere la forma (il talento) già presente nel ragazzo. Questa è una chiara sintesi tra il dinamismo futurista e il maieutico umanesimo.

2. Il concetto di "Cultura Viva"
In molti suoi interventi, Sarno si scagliava contro la "cultura dei polverosi scaffali". Per lui, la cultura doveva essere "pane quotidiano e lievito di libertà". Scriveva che la conoscenza della storia locale (di Castel San Giorgio e delle sue tradizioni) non serviva a guardare indietro, ma a dare ai giovani le "radici per volare", permettendo loro di affrontare la modernità senza perdere l'orientamento morale.

3. La scuola come "Palestra di Carità"
Dal punto di vista dell'umanesimo cristiano, una sua riflessione specifica riguardava il ruolo sociale dell'aula: la scuola non doveva essere un luogo di competizione, ma di solidarietà intellettuale. Sarno sosteneva che il successo del migliore non era completo se non aiutava il compagno rimasto indietro, vedendo in questo esercizio la base per una futura società democratica e cristiana.

4. Il "Paesaggio dello Spirito"
Nelle sue brevi note artistiche, descriveva spesso il territorio di Castel San Giorgio non solo come geografia, ma come uno stato dell'anima. La sua riflessione politica era: "Amministrare è un atto poetico", perché significa prendersi cura della bellezza dei luoghi per elevare lo spirito di chi li abita.



IMPEGNO SOCIALE E CIVILE

La figura del professor Armando Sarno (1913-1970) a Castel San Giorgio non si esaurisce nell'ambito accademico e dell'insegnamento, ma assume una forte valenza storico-politica intesa come impegno civile e amministrativo per il bene comune nel secondo dopoguerra.
Ecco i tratti principali della sua attività politico-amministrativa:

Impegno nelle Istituzioni Locali
Amministratore Comunale: Armando Sarno ricoprì ruoli di primo piano nell'amministrazione di Castel San Giorgio, servendo la comunità come Assessore,  Consigliere Comunale e f.f. di Sindaco. Il suo contributo fu fondamentale nella fase di ricostruzione e riorganizzazione dei servizi pubblici dopo il conflitto bellico.
Promozione dell'Istruzione: Come uomo politico, la sua priorità fu l'alfabetizzazione e l'accesso allo studio. Si batté strenuamente per l'edilizia scolastica e per garantire che i giovani del territorio, spesso provenienti da famiglie contadine, potessero avere le basi per un'ascesa sociale attraverso la cultura.

Visione Politica e Sociale
Intellettuale Organico: Sarno incarnò l'ideale del professore che non resta chiuso nelle biblioteche, ma mette le proprie competenze al servizio della gestione pubblica. La sua azione politica era guidata da un profondo umanesimo cristiano e sociale, tipico di molti esponenti della classe dirigente locale del tempo.
Difesa dell'Identità Territoriale: In un periodo di grandi trasformazioni urbanistiche, si impegnò per preservare il patrimonio storico-artistico di Castel San Giorgio e delle sue frazioni (come Lanzara), vedendo nella storia locale un motore di crescita anche politica e civile.



ATTIVITA' POLITICA E CIVILE

L'attività amministrativa del professor Armando Sarno, svoltasi principalmente tra gli anni '50 e '60, è caratterizzata da una visione "scuolacentrica" e di sviluppo dei servizi di base in un'epoca di forte transizione per Castel San Giorgio.

Progetti per l'Istruzione e l'Edilizia Scolastica
Il suo contributo più incisivo riguardò la trasformazione del sistema educativo locale. Sarno non fu solo un docente, ma un promotore di infrastrutture:
Decentramento Scolastico: Si impegnò per la creazione di plessi nelle frazioni, in particolare a Lanzara, per combattere l'evasione scolastica nelle zone rurali. L'attuale Istituto Comprensivo "Lanzara" è il risultato di quella programmazione che vedeva nella scuola il cuore della crescita civile.
Istituzione di Corsi di Formazione: Promosse l'attivazione di corsi post-scolastici e professionalizzanti per i giovani che non potevano accedere agli studi superiori a Salerno o Nocera, anticipando il concetto di formazione continua.

Sviluppo e Servizi alle Frazioni
In qualità di Assessore, Sarno lavorò per colmare il divario tra il centro e le zone periferiche:
Elettrificazione e Acquedotti: Fu tra i sostenitori dei progetti di ammodernamento della rete idrica ed elettrica nelle aree meno servite del comune, interventi essenziali per il miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie della popolazione nel dopoguerra.
Viabilità Locale: Partecipò alla pianificazione di nuove arterie stradali di collegamento interno, fondamentali per facilitare il trasporto dei prodotti agricoli verso i mercati dell'agro sarnese-nocerino.

Valorizzazione Culturale
Tutela di Villa Calvanese: Anche se i grandi restauri sono più recenti, Sarno fu tra i primi amministratori a sollevare la questione della tutela del patrimonio storico-architettonico di Castel San Giorgio, ponendo le basi culturali per la futura acquisizione pubblica e valorizzazione di siti come Villa Calvanese.
La sua figura è oggi ricordata come quella di un amministratore che ha saputo utilizzare la leva culturale come strumento di riscatto politico per una comunità in crescita.


Negli anni '60, l'attività di Armando Sarno nell'amministrazione comunale di Castel San Giorgio rappresentò il culmine del suo impegno per la modernizzazione civile e culturale del territorio, ricoprendo i ruoli di Vicesindaco e, successivamente, di f.f. Sindaco.
La sua azione amministrativa in quel decennio può essere sintetizzata in alcuni punti chiave:

1. La Sfida dell'Edilizia Scolastica
Sarno pose la scuola al centro dell'agenda politica:
Costruzione di nuovi plessi: Sotto la sua guida furono avviati e completati progetti per modernizzare le strutture scolastiche, in particolare nelle frazioni come Lanzara. La sua visione era che ogni bambino, indipendentemente dall'estrazione sociale, dovesse studiare in ambienti decorosi e funzionali.
Lotta all'abbandono: Utilizzò la sua autorità amministrativa per potenziare i servizi di assistenza scolastica, vedendo nell'istruzione l'unica vera infrastruttura capace di garantire lo sviluppo economico a lungo termine.

2. Sviluppo Urbano e Servizi Essenziali
Gli anni '60 furono per Castel San Giorgio un periodo di espansione. Sarno gestì questa fase con un'attenzione particolare all'equilibrio tra centro e frazioni:
Urbanizzazione delle periferie: Si impegnò per l'estensione delle reti idriche, fognarie e dell'illuminazione pubblica, cercando di portare standard di vita moderni anche nelle zone più isolate del comune.
Viabilità: Promosse il miglioramento dei collegamenti interni tra le diverse frazioni, fondamentale per un'economia che stava lentamente passando dall'agricoltura di sussistenza a forme più integrate di commercio e piccola industria.

3. Una Politica di "Mediazione Sociale"
Nonostante la sua appartenenza all'area socialista, Sarno seppe guidare l'amministrazione con uno spirito di profonda collaborazione:
Dialogo istituzionale: La sua capacità di mediare tra le diverse anime della giunta e del consiglio comunale gli permise di portare a termine progetti complessi in un clima di relativa stabilità.
Rapporto con la cittadinanza: Era noto per uno stile di governo "di prossimità", ricevendo costantemente i cittadini e cercando soluzioni concrete ai problemi quotidiani delle famiglie più bisognose, applicando i suoi principi di umanesimo cristiano alla gestione della cosa pubblica.

4. Eredità Istituzionale
Il suo mandato è ricordato come un periodo di integrità e visione che ha "edificato" letteralmente e moralmente le basi della moderna Castel San Giorgio.
La sua figura viene citata come esempio di amministratore capace di unire la passione per l'arte e la cultura (ereditata dalla sua formazione accademica) con il pragmatismo necessario a guidare un comune in trasformazione.


Nei suoi discorsi da amministratore (assessore, consigliere comunale e f.f. Sindaco), Armando Sarno utilizzava un linguaggio che era sintesi perfetta tra la forza comunicativa del neofuturista e la mitezza dell'umanista cristiano. La sua non era la retorica burocratica dell'epoca, ma una visione progettuale intrisa di valori morali.
Ecco alcuni nuclei tematici delle sue riflessioni politiche:

1. La Politica come "Cura del Bello"
Sarno portò la sua sensibilità di diplomato all'Accademia di Belle Arti direttamente nel consiglio comunale. Una sua riflessione costante era che "il decoro urbano è lo specchio del decoro dell'anima".
Il pensiero: Sosteneva che un paese pulito, ordinato e architettonicamente armonioso avrebbe indotto i cittadini a comportarsi con maggiore onestà e rispetto reciproco. Per lui, un'opera pubblica (una strada, una scuola) non doveva essere solo funzionale, ma esteticamente dignitosa.

2. L'Istruzione come "Infrastruttura dell'Anima"
In un celebre intervento relativo alla costruzione di nuovi plessi scolastici a Castel San Giorgio, Sarno affermò che "costruire una scuola significa chiudere un carcere futuro".
Il pensiero: Per lui, l'investimento economico nella cultura era il più alto atto politico possibile. La sua riflessione politica era che la democrazia non poteva reggersi sull'ignoranza; pertanto, l'amministratore aveva il dovere morale di "forzare" il progresso culturale anche nelle zone più periferiche e rurali come Lanzara.

3. Il "Comunitarismo" Cristiano contro l'Individualismo
Sarno rifiutava l'idea di una politica fatta di fazioni per interessi personali. Nei suoi discorsi emerge spesso il richiamo alla "comunità-famiglia".
Il pensiero: Riflettendo sul ruolo del Comune, lo definiva come la "casa di tutti", dove l'amministratore cristiano doveva agire come un buon padre di famiglia, privilegiando sempre le necessità dei più umili (i "piccoli" del Vangelo) per garantire un equilibrio sociale che fosse prima di tutto spirituale.

4. La tutela dell'Identità contro l'Omologazione
Pur essendo stato un neofuturista (amante del progresso e della velocità), come politico Sarno rifletteva sulla necessità di "non svendere l'anima del territorio".
Il pensiero: Invitava a modernizzare Castel San Giorgio senza distruggere le tracce della sua storia agraria e aristocratica (come le corti e i palazzi storici). La sua riflessione era: progredire con le macchine, ma restare fermi nei valori della tradizione.

5. L'onestà come "Requisito Estetico"
In un passaggio di un suo discorso sulla gestione della cosa pubblica, definì l'onestà dell'amministratore non solo come un dovere legale, ma come una "forma di armonia". Un atto amministrativo corrotto era, per il Sarno artista, innanzitutto una "bruttura", un segno di disordine che offendeva la visione di un mondo ordinato da Dio.



SINTESI DELLA PERSONALITA' E ATTIVITA' DI ARMANDO SARNO

La personalità di Armando Sarno (1913-1970) rappresenta un raro esempio di "intellettuale integrale", capace di fondere l'audacia dell'artista con la mitezza del cristiano e la concretezza dell'amministratore.
Ecco una sintesi della sua figura e della sua visione:

1. La Personalità: L'Artista-Educatore
Sarno era un uomo di profonda sensibilità estetica, forgiata nel neofuturismo dell'Accademia di Napoli. La sua indole era dinamica e visionaria, ma equilibrata da un rigore morale assoluto. Non vedeva separazione tra l'arte, la fede e il dovere civile: per lui, vivere significava "creare" armonia nel mondo circostante.

2. Concezione della Vita: L'Umanesimo Cristiano
La sua esistenza era guidata da una visione cristocentrica e personalista:
La Persona come Fine: Ogni essere umano era un valore assoluto da onorare.
Bellezza e Verità: La vita era intesa come un percorso per scoprire la verità attraverso la bellezza (l'arte) e la carità (l'azione sociale).
Il Territorio come Sacralità: Considerava la sua terra, Castel San Giorgio, non solo un luogo geografico, ma uno spazio spirituale da custodire.

3. Impegno Sociale e Politico: La "Carità Civile"
In politica, Sarno tradusse il neorealismo del dopoguerra in pragmatismo cristiano:
Politica come Servizio: Interpretò i ruoli di Assessore, Consigliere e f.f. Sindaco come una missione per dare dignità agli ultimi.
Lotta all'Emarginazione: Si batté per l'alfabetizzazione e le infrastrutture nelle frazioni (come Lanzara), convinto che il progresso materiale fosse inutile senza un parallelo riscatto culturale.
Etica Pubblica: Per lui, l'onestà amministrativa era un requisito "estetico": un atto ingiusto era una "bruttura" che deturpava l'ordine sociale.

4. L'Insegnamento: La Pedagogia della Promessa
La sua filosofia educativa era una sintesi tra maieutica e dinamismo:
Il Maestro-Scultore: Il docente deve "levare" il superfluo per far emergere il talento unico di ogni ragazzo (visione plastica dell'educazione).
La Scuola come Comunità: L'aula non era un luogo di nozioni, ma una "palestra di democrazia" dove formare l'uomo e il cittadino.
Cultura come Riscatto: Insegnare era l'atto politico più alto, l'unico capace di spezzare le catene della povertà e dell'ignoranza.


Il professore Armando Sarno è l'immagine di un uomo che ha saputo "abitare la storia" con la forza della poesia e la costanza del servizio, rendendo la cultura un bene comune accessibile a tutti.
Egli incarnò quella figura di intellettuale di frontiera che, pur muovendosi nel solco di un profondo umanesimo cristiano, scelse l'impegno politico nell'alveo del socialismo democratico e riformista.
Questa sintesi, peculiare del secondo dopoguerra, spiega la sua parabola umana e civile:

a. Il Socialismo Umanitario e Cristiano
Per Sarno, non vi era contraddizione tra il messaggio evangelico e l'ideale socialista. La sua era una "terza via" vissuta sul campo:
Cristianesimo sociale: La fede gli forniva la motivazione etica (la dignità dell'uomo come creatura divina).
Socialismo politico: Il socialismo gli forniva lo strumento operativo per attuare la giustizia sociale, la redistribuzione delle opportunità e la elevazione delle masse ignoranti e oppresse.

b. La Scuola come "Prassi Socialista"
Il suo impegno per l'istruzione a Lanzara e Castel San Giorgio fu la traduzione pratica di questa sintesi:
Rompere il privilegio: Vedeva nella cultura il mezzo per sottrarre i figli dei contadini al destino di subalternità. Questo è un concetto cardine del socialismo: l'istruzione non come lusso, ma come diritto universale e strumento di liberazione.
Insegnamento e Uguaglianza: In classe, applicava un'attenzione neorealista ai bisogni dei poveri, coerente con la sua scelta politica di stare "dalla parte degli ultimi".

c. Un Ponte tra Culture
Questa sua posizione lo rendeva una figura di mediazione culturale straordinaria:
Dialogo con la DC: Da cattolico, parlava lo stesso linguaggio morale della Democrazia Cristiana.
Azione con la Sinistra: Da socialista, condivideva le battaglie civili per il lavoro, la terra e i servizi sociali.
Rispetto intellettuale: Veniva visto come un "socialista gentiluomo", che portava nel dibattito politico la raffinatezza dell'artista e il rigore del credente.

d. L'eredità del "Socialismo della Bellezza"
La sua formazione neofuturista e la passione artistica diedero vita a un "socialismo estetico": l'idea che il popolo non avesse bisogno solo di pane e riforme, ma anche di bellezza e arte. Amministrare da socialista significava per lui elevare il tenore di vita spirituale e culturale dell'intera comunità di Castel San Giorgio.

Questo suo pensiero politico, concreto ed estetico, spiega perché la sua memoria sia oggi un patrimonio condiviso da tutte le forze politiche di Castel San Giorgio, che vedono nel professore Armando Sarno il simbolo di una politica alta, capace di unire valori universali e bisogni concreti.













domenica 1 dicembre 2024

Creare bellezza per comunicare amore, di mons. Giuseppe Liberto


CREARE BELLEZZA PER COMUNICARE AMORE
di mons. Giuseppe Liberto



Faccio mia la celebre frase di Pascal: le coeur a ses raison que la raison ne connait point (il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce). Offrire i propri scritti è un modo per fare un dono a chi possiede la capacità di accoglierli con intelligenza ed entusiasmo. La gratitudine per il dono ricevuto si esprimerà permettendogli di diventare fecondi. In effetti, ogni “scritto” l’ho sempre considerato come “incontro” che si sviluppa in un dialogo cor ad cor tra scrittore e lettore.

Spesse volte, a ben rifletterci, la nostra condizione di uomini potrebbe farci paura perché ci accorgiamo di essere circondati da abissi. Dal soffio dell’Eterno Infinito che avvolge il creato. Dall’immensità degli spazi che s’immergono prodigiosamente nel nostro piccolo mondo e nella nostra povera esistenza. Dal silenzioso movimento del tempo che, misterioso e prezioso tiranno, protagonista degli avvenimenti passati, presenti e futuri, compone il fascino, talvolta drammatico, della nostra vita fino a farla diventare, nonostante la sua apparente brevità, una storia senza fine. Da noi uomini, protagonisti di questa “storia senza fine”, che, saturi di caducità, sofferenze, ansie, fatalità, miserie e impotenze, dimentichi talvolta delle realtà essenziali che ci nobilitano e ci elevano, insensibili all’invito dell’Ineffabile ci si tuffa in puerili e momentanee occupazioni, misconoscendo le grandi e fondamentali finalità della vita.

Eppure l’uomo da sempre naviga nel mondo affascinante dell’arte, quasi sacramento divino, che si rivela nell’ascolto, nella visione e nel gusto di quella sublime bellezza che seduce e incanta, nobilita ed eleva, attira e trasfigura. L’arte del bello, però, non è mai frutto del caso ma efficace sintesi di ricerca e laboriosa opera di perfezione. Se l’esecuzione di una partitura sonora è il risultato dell’accanito esercizio della tecnica manuale, l’elaborazione spaziale si ottiene attraverso l’estenuante verifica di pratiche parziali sulle proporzioni, sulle tecniche, sui dettagli dei materiali ricondotti alla loro unitarietà finale.

La storia ci istruisce che fare arte vera è sempre fatica per ricreare frutti di bellezza. Come in natura, così in arte: dopo la semina d’autunno e il silenzio creativo dell’inverno, arriva l’esplosione delle gemme di primavera che attende il prezioso raccolto dei frutti al sole dell’estate. La natura è già essa stessa arte proseguente l’opera sua nello spirito umano. Da ciò deriva l’amore dell’artista per la natura; ispirandosi a essa egli vi si riconosce, e al contatto con essa, il costruttore d’arte assume coscienza del proprio genio. Sappiamo bene che l’arte, come la natura, è creatura viva, non ha nulla a che vedere con il simbolismo pedante, oscuro e pretensioso. Ispirarsi è arte, ma imitare e scimmiottare, riciclare o scopiazzare sono segni di aridità e di miseria. L’arte è creatività originale e personale.

Mi domando: ma il pensiero ha nulla a che fare con l’arte? I cosiddetti “esteti” dicono che l’artista non deve preoccuparsi dell’idea, poiché la forma è già tutto. Separare, però, la forma dall’idea, significa sopprimere l’arte che consiste nella loro compenetrazione. La forma si elabora nello spirito e nel pensiero, non nella costrizione della stessa forma. L’arte è idea vivente. L’idea, divenendo centro della vita interiore, crea il corpo d’immagini di cui si riveste. L’idea non è nulla senza la forma, perché è l’idea che crea la sua forma adeguata. Quanto più la forma rende visibile l’idea, tanto più è arte che crea bellezza. L’idea estetica non è compiuta se non è espressa nell’armonia della forma, altrimenti sarebbe un desiderio di vita che non nasce alla vita. In effetti, spirito e corpo in simbiosi sono la vita dell’uomo. Non basta, allora, avere l’idea se non si ha la capacità tecnica di esprimerla artisticamente attraverso la forma. Non basta, infatti, essere bravi nella forma se non si possiede l’idea. Chi pretende di fare uscire la bellezza da una formula stereotipa e consueta, s’inganna perché crea un lavoro senza vita.

L’opera d’arte si compone nello spirito attraverso la forma. Il pensiero del pittore o dello scultore è la visione della loro tela dipinta o della statua plasmata; così come il pensiero del musicista si esprime attraverso l’ascolto della sua opera musicale. Il modo, poi, di manifestare il pensiero attraverso la forma, si chiama “stile” che vuol dire individualità, cioè, modo proprio di pensare, di sentire, di rivelare l’idea. Possiede lo stile chi ha cose proprie da dire ed è capace di manifestarle in modo eminentemente personale. Si suole dire che lo stile è l’uomo, infatti, è il sigillo dell’artista. Bisogna puntualizzare che per stile dell’artista, non si può intendere solo il modo di esprimersi attraverso la sola forma, ma il modo di manifestare il pensiero e il sentimento attraverso la bontà della bellezza. Non basta, quindi, saper comporre perfettamente attraverso la forma; se manca la scintilla del pensiero, la grazia dell’originalità, la raffinatezza del gusto, non esiste arte viva. Se non esistesse l’eufonica polifonia degli stili, il mondo apparirebbe piatto, monotono e uniforme. Sta tutto qui il fascino dell’arte: l’apparire e il sentire del pensiero in tutta la sua luminosa e originale bellezza interiore ed esteriore.

Nel comunicare arte musicale, le vibrazioni sonore devono mettere in moto le energie dell’anima che ridestano e riabilitano il coinvolgimento interiore di tutto l’essere. In effetti, attraverso l’arte è necessario prendere non soltanto la forma esteriore ma anche la forza interiore. Il musicale non è solo trasferimento d’informazioni ma è comunicazione affettiva capace di suscitare dei legami concordanti attraverso il tono della voce, l’incontro degli sguardi, il gesto espressivo, il modulare dei comportamenti. Tutto deve comunicare quanto sta per avvenire!

Pitagora affermava che il logos creò l’universo attraverso il melos. Il filosofo aveva intuito che Dio, cantando, creava ogni cosa dal nulla. Il libro della Genesi, infatti, descrive il Creatore che canta mentre plasma il cosmo con le sue mani. Dopo che dalle sue dita usciva ogni creatura, cantava con meraviglia che era cosa bella e buona (cf 1, 1-31). Il canto di Dio, così, creava il cosmo bello e buono. Ogni opera artistica deve possedere queste due qualità divine in armonia tra di loro: bellezza e bontà. Bellezza da imparare e bontà da gustare sono gesti d’intelligenza e di sapienza per rigenerare e ridonare opere belle e buone. La creazione in bellezza è, dunque, il modo sublime con cui Dio dialoga con l’uomo. La bellezza in armonia diventa così concordanza tra divino e umano. La divinità incarnata e l’umanità divinizzata sono culmine in cui il Logos-Sapientia crea e ricrea in via pulchritudinis il Melos del duetto teandrico d’amore sponsale.

Con-cordanza è armonia di mente e di cuore. Syn-opsis è abbraccio con un unico sguardo della sinfonia dei cuori. Concordia è arte sinfonica che ascende dal cuore alla ragione e dalla ragione alle sfere dell’eterna, infinita bellezza, per ridiscendere amore trasfigurato e trasfigurante che armonizza divinità increata e umanità creata nella sinfonica Pentecoste dell’amore universale.

-------------- 

venerdì 15 novembre 2024

Liturgia, opera della Trinità , di N. Bux - U.M. Lang - P. Gunter

 

Liturgia, opera della Trinità


"Nella sacra liturgia, Cristo, nella potenza dello Spirito Santo, significa e realizza il Mistero pasquale della sua Passione, Morte di Croce e Risurrezione"


di N. Bux - U.M. Lang - P. Gunter

 



Il Padre

"Nella liturgia il Padre è riconosciuto e adorato come la sorgente e il termine di tutte le benedizioni della creazione e della salvezza"

di mons. Nicola Bux

Senza la mediazione del Figlio non avremmo conosciuto il Padre e non avremmo ricevuto lo Spirito che ci permette di riconoscere il Figlio come Signore e di adorare in lui il Padre. Il Padre ha compiuto tale scelta di renderci capaci di tutto ciò, ossia di adottarci come figli, prima della creazione del mondo (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica [CCC], 1077). La capacità di operare come singoli e come membri di un popolo scelto e consacrato si chiama “liturgia”: a ragione definita opera del mistero delle tre Persone. L’azione trinitaria, cioè, è il prototipo dell’azione sacra o liturgica.

Ma, visto l’attivismo ecclesiastico e liturgico che ha portato ad adottare termini come “attore” e “operatore” persino nella sacra liturgia, dobbiamo definire, a scanso di equivoci, la natura di questa azione. L’azione sacra della liturgia è essenzialmente una “benedizione”, termine a tutti noto, ma non nel suo vero significato. Lo fa l’articolo seguente del Catechismo che conviene riportare per intero: «Benedire è un’azione divina che dà la vita e di cui il Padre è la sorgente. La sua benedizione è insieme parola e dono (“bene-dictio” – “eu-logía”). Riferito all’uomo, questo termine significherà l’adorazione e la consegna di sé al proprio Creatore nell’azione di grazie» (CCC, 1078).

Dunque, la liturgia è benedizione divina, parola e dono, e adorazione umana, ossia azione di grazie (eucaristia) e offerta. Non c’è tutta la santa Messa in questa definizione? Nessuno può omettere di definire così la sacra liturgia, ossia sacramento. L’adorazione non è altro che la stessa liturgia. Ogni tentativo di scindere le due cose va contro la fede e la verità cattolica.

Non si sostiene oggi che l’uomo adora Dio con tutto il suo essere? Vuol dire con l’anima e col corpo. Perciò nella Bibbia tutta «l’opera di Dio è benedizione» (cf. CCC, 1079-1081): è la dimensione cosmica che innerva la Sacra Scrittura dalla Genesi all’Apocalisse e parimenti la liturgia. Se benedire vuol dire adorare, la benedizione o adorazione nella Scrittura è documentata dalla prostrazione e dal piegare fisicamente le ginocchia e metafisicamente il cuore. Solo il diavolo non si inginocchia, perché – dicono i Padri del deserto – non ha le ginocchia. Così san Paolo vede dinanzi a Gesù la consonanza tra storia sacra e il cosmo: ogni ginocchio si pieghi in cielo, in terra e sottoterra.

Conseguenza concreta: il gesto dell’inginocchiarsi deve tornare ad essere primario nel rito della Messa, nell’andamento, ispirazione e sapore del canto sacro, nella suppellettile sacra: una chiesa senza inginocchiatoi non è una chiesa cattolica. Perché prostrarsi? Perché la benedizione divina si manifesta in specie con «la presenza di Dio nel tempio» (CCC, 1081): dinanzi alla Sua presenza, il primo e fondamentale gesto è l’adorazione. Non si dica che il tempio è stato abolito, in quanto Gesù lo ha purificato sostituendolo col suo corpo in cui abita corporalmente la sua divinità: così la presenza divina è ora quella del Corpo di Cristo e massimamente coincide col SS. Sacramento. Si badi che fin qui abbiamo parlato di cose rivelate dal Signore stesso nella Sacra Scrittura. In Introduzione allo spirito della liturgia, Joseph Ratzinger ha mostrato quanto abbia nociuto nella riforma liturgica aver reciso il legame tra tempio giudaico e chiesa cristiana: lo vediamo oggi nelle nuove chiese, proprio mentre a livello ecumenico si dialoga con gli ebrei. Se il corpo di Cristo è costituito dall’edificio spirituale dei suoi membri (cf. 1Pt 2,5), si deve sapere che dove la Chiesa si raduna per i Misteri nasce uno “spazio santo”.

Ora, si può comprendere quanto afferma con chiarezza il Catechismo: «Nella liturgia della Chiesa, la benedizione divina è pienamente rivelata e comunicata: il Padre è riconosciuto e adorato come la sorgente e il termine di tutte le benedizioni della creazione e della salvezza; nel suo Verbo incarnato, morto e risorto per noi, egli ci colma delle sue benedizioni, e per suo mezzo effonde nei nostri cuori il dono che racchiude tutti i doni: lo Spirito Santo» (CCC, 1082).

Così ne esce ulteriormente definita la duplice dimensione della liturgia della Chiesa: per un verso è benedizione del Padre con l’adorazione, la lode e l’azione di grazie; per l’altro, offerta al Padre di sé e dei propri doni e implorazione dello Spirito affinché ridondi sul mondo intero. Tutto però passa per la mediazione sacerdotale ovvero dall’offerta e «per la comunione alla morte e alla risurrezione di Cristo Sacerdote e per la potenza dello Spirito» (CCC, 1083).

Se la risurrezione di Cristo non fosse storicamente accaduta e non avesse originalmente “riempito” la storia imprimendole la direzione finale, i sacramenti non avrebbero nessuna efficacia e verrebbe meno il fine per cui sono amministrati: la nostra risurrezione alla fine della vita e della storia dell’umanità. Ad un’impostazione esegetica demitizzante segue normalmente una teologia ridotta a simbolismo; ma il pensiero cattolico, con l’Apostolo, parla della «potenza della sua risurrezione»: alle apparizioni del Risorto, non solo seguì il kerigma e la fede dei discepoli, ma lo sprigionarsi della potenza della risurrezione nei sacramenti. Così, la verità della risurrezione corporale di Cristo è decisiva per l’efficacia dei sacramenti, la loro incidenza reale sulla trasformazione dell’essere umano.

Il mistero pasquale, proprio perché ha visto passare il Figlio dalla morte alla vita, così vede passare i figli di Dio. Perciò è chiamato pasquale, per questo passaggio avvenuto grazie al sacrificio del Figlio di Dio. Ecco perché il Sacrificio eucaristico è il centro di gravità di tutti i sacramenti (cf. CCC, 1113), come la Pasqua lo è dell’anno liturgico.

Il piano divino di salvezza è uno: riportare gli uomini e le cose, quelle del cielo e quelle della terra sotto la signoria di Cristo. L’opera prima delle tre Persone mira a ricondurre l’essere umano alla sua originaria natura perché sia restaurata in lui quell’immagine che è stata sfigurata dal peccato.

 

fonte: Zenit.org, 08/02/2012
http://www.zenit.org/article-29499?l=italian

 

 

Il Figlio

"Nella sacra liturgia, Cristo, nella potenza dello Spirito Santo, significa e realizza il Mistero pasquale della sua Passione, Morte di Croce e Risurrezione"

 

di p. Uwe Michel Lang

Nella seconda parte della sezione sulla liturgia come opera della SS.ma Trinità, dedicata a Dio Figlio, il Catechismo della Chiesa Cattolica presenta gli elementi essenziali della dottrina sacramentale. Cristo, risorto e glorificato, effondendo lo Spirito Santo nel suo Corpo che è la Chiesa, agisce ora nei sacramenti e attraverso di essi comunica la sua grazia. Il Catechismo ricorda la definizione classica dei sacramenti, che sono: 1) «segni sensibili (parole e azioni)»; 2) istituiti da Cristo; 3) che «realizzano in modo efficace la grazia che significano» (n. 1084).

Nella celebrazione dei sacramenti, cioè nella sacra liturgia, Cristo, nella potenza dello Spirito Santo, significa e realizza il Mistero pasquale della sua Passione, Morte di Croce e Risurrezione. Tale Mistero non consiste semplicemente in una serie di accadimenti del remoto passato (anche se non si può prescindere dalla storicità di quegli avvenimenti!), ma entra nella dimensione dell’eternità, perché l’«attore» – ossia Colui che ha agito e patito in quegli eventi – è stato il Verbo incarnato. Per questo, il Mistero pasquale di Cristo «abbraccia tutti i tempi e in essi è reso presente» (n. 1085) per mezzo dei sacramenti che egli stesso ha affidato alla sua Chiesa, soprattutto il Sacrificio eucaristico.

Questo dono singolare è stato dato prima agli Apostoli, quando il Risorto, nella forza dello Spirito Santo, ha conferito loro il proprio potere di santificazione. Gli Apostoli hanno a loro volta conferito tale potere ai loro successori, i Vescovi, e in questo modo i beni della salvezza vengono trasmessi e attualizzati nella vita sacramentale del popolo di Dio fino alla parusia, quando il Signore viene nella gloria per compiere il Regno di Dio. Così la successione apostolica assicura che nella celebrazione dei sacramenti, i fedeli siano immersi nella comunione con Cristo, che li benedice con il dono del suo amore salvifico, soprattutto nell’Eucaristia dove offre se stesso sotto le apparenze del pane e del vino.

La partecipazione sacramentale alla vita di Cristo ha una forma specifica, data nel «rito», che l’allora cardinale Ratzinger nel 2004 spiegò come «la forma di celebrazione e di preghiera che matura nella fede e nella vita della Chiesa». Il rito – ovvero la famiglia dei riti che provengono dalle Chiese di origine apostolica – «è forma condensata della Tradizione vivente […] rendendo così sperimentabile, allo stesso tempo, la comunione tra le generazioni, la comunione con coloro che pregano prima di noi e dopo di noi. Così il rito è come un dono fatto alla Chiesa, una forma vivente di parádosis [tradizione]» (30giorni, nr. 12 – 2004).

Riferendosi all’insegnamento della Costituzione conciliare sulla sacra liturgia, il Catechismo ricorda i vari modi della presenza di Cristo nelle azioni liturgiche. In primo luogo, il Signore è presente nel Sacrificio eucaristico nella persona del ministro ordinato, perché «offertosi una volta sulla croce, offre ancora se stesso tramite il ministero dei sacerdoti» [Concilio di Trento], e soprattutto sotto le specie eucaristiche. Inoltre, Cristo è presente con la sua virtù nei sacramenti, nella sua parola quando viene proclamata la Sacra Scrittura e infine quando i membri della Chiesa, Sposa amatissima di Cristo, sono congregati nel suo nome per la preghiera e la lode (cf. n. 1088; Sacrosanctum Concilium, n. 7). Così, nella liturgia terrestre, si realizza la doppia finalità di tutto il culto divino, cioè la glorificazione di Dio e la santificazione dell’uomo (cf. n. 1089).

Infatti, la celebrazione terrestre, sia nello splendore di una delle grandi cattedrali che nei luoghi più semplici però dignitosi, partecipa della liturgia celeste della nuova Gerusalemme e fa pregustare la futura gloria alla presenza del Dio vivente. Questo dinamismo conferisce alla liturgia la sua grandezza, evita alla singola comunità di richiudersi in se stessa e la apre all’assemblea dei santi della città celeste, come evocato nella lettera agli Ebrei: «Voi vi siete invece accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti portati alla perfezione, al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue dell’aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele» (Eb 12, 22-24).

Sembra opportuno, dunque, concludere queste brevi riflessioni con le felici parole del beato cardinale Ildefonso Schuster, che ha descritto la liturgia come «un poema sacro, al quale veramente hanno posto mano e cielo e terra».


fonte: Zenit.org, 22/02/2012
http://www.zenit.org/article-29655?l=italian

 

 

Lo Spirito Santo

 

"L’opera dello Spirito Santo nella liturgia, santificandoci, ci sigilla nella relazione d’amore della Trinità che è il cuore della Chiesa"

 

di Paul Gunter, O.S.B. 

La liturgia, o opera pubblica eseguita in nome del popolo, è la nostra partecipazione alla preghiera di Cristo verso il Padre nello Spirito Santo. La sua celebrazione ci immerge nella vita divina di Dio, come espresso dalla Prefazio Comune IV: “Tu non hai bisogno della nostra lode, ma per un dono del tuo amore ci chiami a renderti grazie; i nostri inni di benedizione non accrescono la tua grandezza, ma ci ottengono la grazia che ci salva, per Cristo nostro Signore”. Di conseguenza, la liturgia esisteva prima che noi avessimo mai potuto partecipare ad essa, perché è iniziata nella Santissima Trinità, e Cristo, che nella sua vita terrena ci ha mostrato l’esempio di come adorare il Padre, ha concesso a coloro che credono, i mezzi per lasciar trasformare le loro vite dalla celebrazione della liturgia, che comunica la vita della Trinità a noi.

L’opera dello Spirito Santo nella liturgia, santificandoci, ci sigilla nella relazione d’amore della Trinità che è il cuore della Chiesa. È lo Spirito Santo che ispira la fede e suscita la nostra cooperazione. È questa cooperazione genuina, indicativa del nostro desiderio di Dio, che fa diventare la liturgia un’opera comune della Trinità e della Chiesa (CCC 1091-1092).

Prima della missione salvifica di Cristo nel mondo poteva iniziare, lo Spirito Santo aveva posto le basi per ricevere Cristo, portando a compimento le promesse dell’Antica Alleanza, il cui racconto delle meraviglie di Dio, forma, nient’altro che la spina dorsale della nostra liturgia, di quanto fece per la liturgia della casa di Israele. Dall’Antico Testamento, con la sua vasta raccolta di letteratura insieme con la bellezza dei salmi, dove sarebbe la celebrazione della Chiesa dell’Avvento senza il profeta Isaia? E la liturgia nella serata di Giovedì Santo, senza la proclamazione del rituale Pasquale in Esodo 12? Inoltre, come la Veglia pasquale evidenzierebbe, come fa così straordinariamente, l’armonia del Vecchio e del Nuovo Testamento senza il racconto della traversata del Mar Rosso, con il suo cantico, in Esodo 14-15? (CCC 1093-1095) Le grandi feste dell’anno liturgico rivelano l’intrinseco rapporto delle liturgie ebraica e cristiana come si può vedere nella celebrazione della Pasqua, “Pasqua della storia, tesa verso il futuro, presso gli ebrei; presso i cristiani, Pasqua compiuta nella morte e nella risurrezione di Cristo, anche se ancora in attesa della definitiva consumazione” (CCC 1096).

Mentre, nella liturgia della Nuova Alleanza, l’assemblea deve essere preparata al suo incontro con Cristo e la sua Chiesa, questa preparazione, in primo luogo, non è una ricezione intellettuale di verità teologiche, ma un affare interiore del cuore, in cui la conversione si esprime al meglio e il convincimento verso una vita in unione con la volontà del Padre viene più vividamente riconosciuta. Questa disponibilità, o docilità verso lo Spirito Santo, è il presupposto per le grazie ricevute durante la celebrazione stessa e per i loro successivi affetti ed effetti (CCC 1097-1098).

La connessione tra Spirito Santo e la Chiesa manifesta Cristo e la sua opera salvifica nella liturgia. Specialmente nella Messa, la liturgia è “Memoriale del mistero della salvezza”, mentre lo Spirito Santo è la “memoria viva della Chiesa” a causa del suo ricordare del mistero di Cristo. Il primo modo in cui lo Spirito Santo ricorda il senso dell’evento della salvezza, è vivificando la Parola di Dio proclamata nella liturgia affinché possa diventare un progetto di vita per coloro che la ascoltano. Sacrosanctum Concilium 24 spiega che la vitalità della Sacra Scrittura mette sia i ministri che i fedeli in relazione viva con Cristo (CCC 1099-1101).

“Massima è l’importanza della Sacra Scrittura nel celebrare la liturgia. Da essa infatti vengono tratte le letture da spiegare nell’omelia e i salmi da cantare; del suo afflato e del suo spirito sono permeate le preci, le orazioni e gli inni liturgici, e da essa prendono significato le azioni e i segni” (SC 24).

L’assemblea liturgica, quindi, non è tanto una collezione di diversi temperamenti, quanto una comunione nella fede. La proclamazione liturgica chiede una “risposta della fede”, indicativa sia di “adesione ed impegno” e fortificata dallo Spirito Santo che infonde nei membri dell’assemblea “la memoria delle opere meravigliose di Dio”, attraverso un’anamnesi sviluppata. In quel momento l’azione di grazie verso Dio per tutto quello che ha fatto sfocia naturalmente nella lode di Dio o dossologia (CCC 1102-1103).

Nelle celebrazioni del Mistero Pasquale, il Mistero Pasquale non viene ripetuto. Sono le celebrazioni che si ripetono. Ad ogni celebrazione, è l’effusione dello Spirito Santo che rende questo specifico mistero presente. L’Epiclesi è l’invocazione dello Spirito Santo e, ricevendo il Corpo e il Sangue di Cristo nella Santissima Eucaristia con disposizioni corrette, i fedeli stessi diventano pure un’offerta viva a Dio, desiderosi nella loro speranza della loro eredità celeste e testimoniando la vita dello Spirito Santo, al di là della celebrazione liturgica stessa. In quel momento “il frutto dello Spirito nella liturgia è inseparabilmente comunione con la Santissima Trinità e comunione fraterna” (CCC 1104-1109). Come abate Alcuin Deutsch di Collegeville scrisse nel 1926 nella sua prefazione alla traduzione inglese di Virgil Michel de La pieté de l’Église di Lambert Beauduin, “la liturgia è l’espressione, in modo solenne e pubblico, delle credenze, amori, aspirazioni, speranze e timori dei fedeli nei riguardi di Dio. [...] È il prodotto di un’esperienza emozionante, che pulsa con la vita e il calore del fuoco dello Spirito Santo, delle cui stesse parole è piena, e sotto la cui ispirazione è nata. Come nient’altro ha il potere di scuotere l’anima, di vivificarla, e darle interesse per le cose di Dio”. (p. IV)

fonte: Zenit.org, 97/03/2012
http://www.zenit.org/article-29817?l=italian


---------------- 

Fonte: Diocesi di Porto-Santa Rufina  http://www.diocesiportosantarufina.it/home/news_det.php?neid=1744

Post più popolari